Un giorno in canoa

Ha scritto Lucia della sua escursione in canoa del 23 novembre 2014:
" Oggi si va in gita sul fiume Cavata. Cavata che? Mai sentito nominare! Mi hanno convinto i soliti amici ecologi, che mi hanno raccontato meraviglie su questo sconosciuto corso d'acqua della Pianura Pontina. Ma, visto che ho letto "Canale Mussolini" di Antonio Pennacchi, che mi è piaciuto e mi ha incuriosito, volevo visitare da vicino i luoghi del libro, che ho sempre ritenuto monotoni e privi di qualsiasi interesse paesaggistico.
Sono montata in macchina ed ho raggiunto Sezze, dove ad accogliermi c'era un simpatico ingegnere, Gaetano, con altri due ragazzi che sarebbero venuti anche loro in gita. Meno male che sono l'unica donna, forse svicolo i lavori pesanti come pagaiare...
Dopo aver fatto tappa in una casetta di legno piena di attrezzature per prendere pagaie e salvagente, ci siamo diretti verso un corso d'acqua invisibile dalla strada; scorreva limpido e allegro e mi ha messo subito di buonumore, dato che mi aspettavo un rivolo fangoso, pigro e maleodorante - se no che paludi sono?
Il fiume scorre più in basso dell'argine, e scendere nelle canoe non è stato facilissimo: sono molto poco agile ed incline agli scivoloni di ogni genere, insomma sono di una goffaggine degna di miglior causa.
Ho avuto l'onore di andare nelle canoa con la nostra guida, perché i due ragazzi erano già esperti mentre io non sapevo neanche da che parte si cominciasse. Ho scoperto che pagaiando ci si bagnano le braccia e che le gocce d'acqua scivolano anche sulle gambe; e l'acqua era pure fredda!
Abbiamo pagaiato seguendo la corrente fino ad arrivare ad una biforcazione dove sorgeva un pioppo altissimo, chiamato "Sua Maestà", incurvato da un fulmine. Girandoci per ammirarlo, abbiamo avuto un colpo d'occhio fantastico, da cartolina, sulla cittadina di Sermoneta con il suo magnifico castello, abbarbicata sui monti Lepini quasi a guardia della pianura sottostante. Ho cominciato ad apprezzare la gita...
Siamo passati sotto ad un ponticello e abbiamo notato che nel fiume affluivano altri piccoli corsi d'acqua, alcuni stranamente lattiginosi; questi provenivano da sorgenti sulfuree, difatti si sentiva odore di uova marce, leggero e non totalmente sgradevole.
Seguendo una biforcazione abbiamo pagaiato verso un tratto ostruito dalla vegetazione, che è tenuta a bada dai volontari, ma che in certi punti sembra indomabile. Siamo scesi dalle canoe e abbiamo visto da vicino una sorgente sulfurea, una piccola pozza dalla quale l'acqua sgorgava insieme a bollicine di gas. Le pietre sul fondo erano imbiancate e le radici degli alberi sulle rive erano cotte dallo zolfo presente nell'acqua. Bellissimo ed insolito, non avevo mai visto niente del genere. Eravamo vicini alla civiltà ma tutto aveva un sapore antico e vagamente bucolico.
Siamo tornati indietro e ci siamo diretti verso un altro ramo del fiume; questo però era ostruito dal crescione galleggiante, un tappeto compatto che ci ha costretti a scendere, tirare le canoe a riva e trascinarle nel fango dell'argine (per fortuna l'ingegnere era un cavalleresco gentiluomo ed ha trainato lui la nostra canoa; qualche volta nascere donna ha i suoi vantaggi...)
Siamo così arrivati alle famose Sorgenti del Diavolo ed alla fantomatica Selva che Arde, nomi poetici che la superstizione popolare ha attribuito ad un laghetto ed un'isoletta circondati da un'aura di mistero, forse perché l'odore di zolfo che emanano le acque le ha connesse automaticamente col Signore del piano di sotto.
Abbiamo (hanno...) calato di nuovo le canoe in acqua e abbiamo esplorato il laghetto, che si dice sia profondo più di ottanta metri, blu trasparente e circondato, stranamente, da pareti di roccia, cosa insolita in una zona più che pianeggiante; sembra in effetti un imbuto vulcanico scavato nel basalto, impressionante e vagamente... diabolico.
La Selva che Arde di letteraria memoria è un'isoletta le cui erbe palustri si agitano al vento secondo le cronache ottocentesche di un certo Pantanelli sarebbe circumnavigabile se non fosse quasi ancorata da erbacce e rovi alle pareti dell'imbuto.
Insomma un posto affascinante, quasi magico, insolito ed insolitamente selvaggio, ad un passo da tranquilli campi di granturco e case coloniche.
Ci tornerò! "

canoa, fiume cavata